Indice dei contenuti
- Cos’è davvero il debito tecnico (e perché riguarda la sicurezza)
- Quando il software è “business critical” e quindi intoccabile
- Patch impossibili: il paradosso della sicurezza operativa
- Vincoli contrattuali che bloccano la sicurezza
- I workaround: soluzioni temporanee che diventano permanenti
- Debito tecnico e falsa percezione di sicurezza
- Il punto di vista del CISO: sapere e non poter agire
- Attaccanti moderni e sistemi del passato
- Perché il debito tecnico è un problema di governance, non solo IT
- Ridurre il rischio senza illusioni
Nel linguaggio ufficiale della cyber security aziendale si parla spesso di zero trust, resilienza, defense in depth, AI-driven detection. Ma c’è un termine che raramente compare nei board report, nei piani strategici o nelle presentazioni ai vertici: debito tecnico. Eppure, è proprio lì che si nasconde uno dei nemici più pericolosi per la sicurezza delle organizzazioni moderne.
Il debito tecnico non è solo un problema di efficienza, manutenzione o costi futuri. In ambito cyber è un moltiplicatore di rischio. Silenzioso, stratificato nel tempo, spesso intoccabile. E soprattutto: noto a tutti, ma nominato da pochi.
Questo articolo affronta il tema da un’angolazione concreta e scomoda: come le scelte legacy, i compromessi storici e i workaround “temporanei” stiano diventando vulnerabilità strutturali nelle aziende reali.
Cos’è davvero il debito tecnico (e perché riguarda la sicurezza)
Il debito tecnico nasce quando un sistema viene progettato o modificato privilegiando la velocità, il costo o la continuità operativa rispetto alla qualità architetturale.
Nel tempo, queste scorciatoie si accumulano come interessi su un prestito mai ripagato.
Dal punto di vista della cyber security, il problema non è solo che il codice è “brutto” o poco manutenibile. Il problema è che:
- non è aggiornabile in sicurezza
- non è osservabile correttamente
- non è isolabile
- non è sostituibile senza impatti enormi
In altre parole: non è difendibile secondo gli standard attuali.
Quando il software è “business critical” e quindi intoccabile
Uno degli scenari più comuni nelle aziende medio-grandi è la presenza di applicazioni definite business critical: sistemi ERP custom, piattaforme di produzione, software industriali, gestionali verticali sviluppati 10 o 15 anni fa.
Il problema non è solo l’età del software, ma il fatto che:
- gira su sistemi operativi non più supportati
- utilizza librerie obsolete
- è integrato in modo rigido con altri sistemi legacy
- non ha ambienti di test adeguati
Quando emerge una vulnerabilità critica, la risposta non è “patchiamo”, ma:
“Non possiamo aggiornare: rischiamo di fermare il business.”
Il risultato è che la vulnerabilità resta, magari mitigata con una regola di firewall, un IPS o una segmentazione di rete improvvisata. Ma la falla logica o tecnica è ancora lì, pronta a essere sfruttata.
Patch impossibili: il paradosso della sicurezza operativa
Dal punto di vista teorico, il patching è uno dei pilastri della sicurezza.
Dal punto di vista reale, spesso è un campo minato.
In molte organizzazioni:
- una patch non può essere applicata senza il via libera del vendor
- il vendor non garantisce la compatibilità
- il contratto non prevede aggiornamenti frequenti
- la finestra di manutenzione è quasi inesistente
Questo porta a una situazione paradossale: la sicurezza dipende dalla non-modifica del sistema.
Ogni patch diventa un rischio operativo maggiore della vulnerabilità stessa. E quindi si rimanda. Mese dopo mese. CVE dopo CVE.
Nel frattempo, gli attaccanti non aspettano.
Vincoli contrattuali che bloccano la sicurezza
Un altro aspetto raramente discusso è il ruolo dei contratti nel creare debito tecnico e rischio cyber.
Molti sistemi legacy sono vincolati da:
- licenze chiuse
- SLA rigidi
- supporto condizionato
- obblighi di utilizzo di versioni specifiche
In questi casi, il CISO sa che il sistema è vulnerabile, ma non ha il potere contrattuale per intervenire.
Il rischio cyber diventa così un problema legale e commerciale, non solo tecnico.
E spesso viene accettato implicitamente, senza una vera valutazione strutturata.
I workaround: soluzioni temporanee che diventano permanenti
Quando non si può correggere il problema alla radice, si costruiscono workaround:
- script di compensazione
- regole firewall iper-specifiche
- whitelist statiche
- eccezioni nei sistemi di controllo
- accessi privilegiati “temporanei”
Il problema non è il workaround in sé.
Il problema è quando diventa parte stabile dell’architettura.
Con il tempo:
- nessuno ricorda più perché esiste
- nessuno osa rimuoverlo
- nessuno ne misura l’impatto reale
E quello che doveva ridurre il rischio diventa una vulnerabilità strutturale, spesso invisibile ai controlli standard.
Debito tecnico e falsa percezione di sicurezza
Uno degli effetti più pericolosi del debito tecnico è la falsa sensazione di controllo.
Dashboard piene di verde, SOC operativi, tool avanzati… ma sotto la superficie:
- sistemi non patchabili
- log incompleti
- traffico cifrato non ispezionato
- identità legacy non gestite
La sicurezza viene “stratificata sopra” sistemi fragili, invece di essere integrata nel design.
Questo crea una cyber security reattiva, non resiliente.
Il punto di vista del CISO: sapere e non poter agire
Molti CISO vivono una tensione costante tra responsabilità e potere decisionale.
Sanno che:
- certi sistemi non sono difendibili
- certe scelte passate pesano oggi
- certi rischi non sono accettabili nel lungo periodo
Ma si scontrano con:
- priorità di business
- vincoli di budget
- resistenze culturali
- paura del cambiamento
Il debito tecnico diventa così un elefante nella stanza: tutti lo vedono, nessuno lo affronta davvero.
Attaccanti moderni e sistemi del passato
C’è un altro aspetto spesso sottovalutato: gli attaccanti evolvono più velocemente dei sistemi legacy.
Tecniche come:
- living-off-the-land
- exploitation di vulnerabilità note ma non patchate
- movimenti laterali silenziosi
- abuso di credenziali legacy
sono particolarmente efficaci proprio negli ambienti ad alto debito tecnico.
Non serve zero-day sofisticato. Basta conoscere bene l’ambiente “vecchio”.
Perché il debito tecnico è un problema di governance, non solo IT
Affrontare il debito tecnico non significa solo “rifare i sistemi”.
Significa:
- integrare il rischio tecnico nei processi decisionali
- rendere visibile il costo della non-azione
- collegare sicurezza, compliance e continuità operativa
- pianificare la dismissione, non solo la difesa
Finché il debito tecnico resta confinato all’IT, il problema non verrà mai risolto.
Ridurre il rischio senza illusioni
Non sempre è possibile eliminare subito il debito tecnico. Ma è sempre possibile gestirlo in modo onesto.
Alcuni principi realistici:
- mappare i sistemi realmente non patchabili
- dichiarare esplicitamente i rischi residui
- limitare al massimo l’esposizione
- pianificare una exit strategy, anche a lungo termine
La vera sicurezza non è fingere che il problema non esista, ma governarlo consapevolmente.
Conclusione
Il debito tecnico è il nemico che nessun CISO vuole nominare, perché costringe a dire una verità scomoda: non tutto è difendibile, non tutto è sotto controllo, non tutto può essere risolto con un nuovo tool.
Ma finché non viene portato alla luce, continuerà a essere la principale causa silenziosa di incidenti, compromissioni e crisi cyber.
La cyber security matura non nasce da architetture perfette, ma dalla capacità di guardare in faccia i propri limiti. E il debito tecnico è, oggi, uno dei limiti più grandi.